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Rianimazione durante il COVID-19: come la pandemia modificò temporaneamente l'ACLS

Durante la pandemia di COVID-19 anche la gestione dell'arresto cardiaco dovette essere adattata per ridurre il rischio di contagio degli operatori sanitari. Particolare attenzione venne dedicata ai dispositivi di protezione individuale, alla gestione delle vie aeree e all'organizzazione del team. In diversi contesti si cercò inoltre di limitare il numero di professionisti esposti durante la rianimazione. Leadership, comunicazione e attribuzione preventiva dei ruoli assunsero quindi ulteriore importanza. Queste modifiche nacquero però nella situazione eccezionale della pandemia e non devono essere considerate automaticamente valide nella pratica attuale. L'esperienza del COVID-19 rimane utile per comprendere come i sistemi di emergenza possano adattarsi rapidamente a nuovi rischi infettivi.

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Defibrillazione durante la RCP: uno studio sulla riduzione delle interruzioni delle compressioni

Uno studio di simulazione pubblicato nel 2012 analizzò una possibile strategia per ridurre le interruzioni delle compressioni toraciche durante la rianimazione cardiopolmonare. I ricercatori confrontarono le procedure delle Linee Guida ERC 2005 e 2010 con una sequenza alternativa relativa alla preparazione del defibrillatore e all'analisi del ritmo. Negli scenari simulati, la strategia alternativa riduceva il cosiddetto hands-off time, in particolare nelle situazioni nelle quali era prevista la defibrillazione. Lo studio coinvolse tuttavia un numero limitato di partecipanti e non fu condotto su pazienti reali. I risultati non dimostravano quindi direttamente un miglioramento della sopravvivenza. La ricerca rimane interessante per il principio generale di ridurre le interruzioni delle compressioni durante la RCP, ma non deve essere interpretata come un protocollo operativo attuale.

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Ipossiemia silenziosa e COVID-19: cosa abbiamo imparato dalla pandemia

Durante la pandemia di COVID-19 alcuni pazienti presentarono livelli di ossigenazione molto bassi senza una sensazione di difficoltà respiratoria proporzionata. Il fenomeno divenne conosciuto come “happy hypoxia”, ma il termine più appropriato è ipossiemia silenziosa. Le ricerche successive hanno mostrato che non si tratta necessariamente di un fenomeno esclusivo del COVID-19. Ossigenazione del sangue e percezione della dispnea sono infatti fenomeni differenti e non sempre procedono parallelamente. La risposta all'ipossiemia può essere influenzata dalla ventilazione, dall'anidride carbonica, dall'età e da differenze individuali. Durante la pandemia furono formulate anche altre ipotesi, alcune delle quali non sono state definitivamente dimostrate. L'esperienza del COVID-19 ha contribuito a migliorare la comprensione e la divulgazione di questo interessante fenomeno fisiologico.

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Quarantena e benessere psicologico: cosa abbiamo imparato dalla pandemia

Durante la pandemia di COVID-19 numerosi studi hanno analizzato le possibili conseguenze psicologiche della quarantena e dell'isolamento. In alcuni gruppi sono stati osservati maggiore stress, ansia, irritabilità, difficoltà del sonno e sentimenti di solitudine. L'esperienza individuale poteva però variare notevolmente in base alla durata dell'isolamento, alle condizioni familiari ed economiche e al supporto sociale disponibile. Anche paura della malattia e incertezza contribuirono al carico emotivo vissuto durante la pandemia. Una comunicazione chiara e la possibilità di mantenere relazioni sociali a distanza potevano aiutare a ridurre alcune difficoltà. Gli studi non dimostrano tuttavia che la quarantena sia stata l'unica causa degli effetti osservati. Queste ricerche possono contribuire alla pianificazione di future emergenze sanitarie.

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Emergenza territoriale e COVID-19: come cambiò il soccorso durante la pandemia

La pandemia di COVID-19 modificò profondamente l'organizzazione dell'emergenza sanitaria territoriale. Durante il 2020 i sistemi di soccorso dovettero assistere i pazienti con sospetta infezione da SARS-CoV-2 proteggendo contemporaneamente operatori e altri pazienti. La valutazione iniziava spesso già durante la chiamata alla Centrale Operativa. Particolare attenzione veniva dedicata ai dispositivi di protezione, alla valutazione clinica, all'organizzazione del trasporto e ai percorsi ospedalieri. Dopo gli interventi erano inoltre previste specifiche procedure di pulizia e disinfezione dei mezzi e delle attrezzature. Le raccomandazioni elaborate durante quella fase rappresentano oggi una testimonianza dell'organizzazione dell'emergenza durante la pandemia. Non devono però essere interpretate come protocolli operativi aggiornati.

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Lo scarico del WC genera aerosol? Cosa sappiamo dopo gli studi sul COVID-19

Lo scarico del WC può generare aerosol e disperdere minuscole particelle nell'ambiente circostante. Durante la pandemia di COVID-19 il fenomeno attirò particolare attenzione dopo il rilevamento di materiale virale nelle feci di alcune persone infette. Uno studio del 2020 utilizzò simulazioni fluidodinamiche per mostrare come le particelle potessero essere trasportate sopra la seduta della toilette. Studi sperimentali successivi hanno confermato direttamente la formazione di plume di aerosol durante lo scarico, osservando particelle raggiungere altezze considerevoli in pochi secondi. La presenza di aerosol, tuttavia, non dimostra automaticamente la trasmissione di una specifica malattia. Il rischio dipende dalla presenza e vitalità dell'agente patogeno e dalle condizioni ambientali. Gli studi rimangono importanti per comprendere meglio la diffusione dei bioaerosol nei servizi igienici.

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